Vicino a casa mia, nel Barrio Gotico di Barcellona, nella strada che da Plaza San Miguel scende verso Calle Avinyò, dove ci sono gli uffici del comune in cui gli stranieri vengono a fare i documenti per diventare residenti, qualcuno ha fatto un graffito. Una striscia bianca divide la strada in due corsie immaginarie: Barceloneses e Turistes. E’ il segno di un percorso all’interno di questa città che vive di atmosfera, bagnata ad ogni ora da una luce che innamora, sdraiata tra il mare e la montagna, edonista e vanitosa, fiera e fragile nella sua disarmante bellezza. I due percorsi, quello del barcelones e del turista, che qui si chiama anche guiri (soprattutto se viene da un paese del nord Europa o, peggio, dagli Stati Uniti) tagliano non solo la geografia ma anche l’anima di Barcellona, rendendola una città speciale, splendidamente bipolare, irrazionale nella sua spensieratezza e nella sua voglia di farsi ammirare. Una città vacanziera ma allo stesso tempo votata agli affari, con una cultura orgogliosa, gelosa fino all’eccesso delle sue tradizioni e della sua lingua, ma pronta ad accogliere chiunque, a regalare interi quartieri alle comunità straniere (il Raval pakistano e magrebino, la Calle della Cera filippina) e a farsi attraversare, invadere da un numero di turisti che cresce del 20% ogni anno.
Poche altre città sono così tolleranti, e così rispettose della propria identità.
Quale città avrebbe mai accolto senza scomporsi una comunità di 30.000 italiani, contando solo quelli che si sono registrati qui in Plaza San Miguel, a due passi dal nostro graffito? La ragione è nello spirito di Barcellona, nel suo irrefrenabile istinto verso la decadenza, in quella luce che fa venire voglia di vivere in strada, nelle linee curve e nei colori psichedelici dei palazzi modernisti che sembrano usciti da una favola dei Fratelli Grimm, nel ritmo rilassato che si respira nei vicoli stretti del centro storico, in quel senso di sospensione, incompiutezza ed eterna giovinezza simboleggiato dal suo monumento più famoso, la Sagrada Familia.
Di Michele Primi

Vicino a casa mia, nel Barrio Gotico di Barcellona, nella strada che da Plaza San Miguel scende verso Calle Avinyò, dove ci sono gli uffici del comune in cui gli stranieri vengono a fare i documenti per diventare residenti, qualcuno ha fatto un graffito. Una striscia bianca divide la strada in due corsie immaginarie: Barceloneses e Turistes. E’ il segno di un percorso all’interno di questa città che vive di atmosfera, bagnata ad ogni ora da una luce che innamora, sdraiata tra il mare e la montagna, edonista e vanitosa, fiera e fragile nella sua disarmante bellezza. I due percorsi, quello del barcelones e del turista, che qui si chiama anche guiri (soprattutto se viene da un paese del nord Europa o, peggio, dagli Stati Uniti) tagliano non solo la geografia ma anche l’anima di Barcellona, rendendola una città speciale, splendidamente bipolare, irrazionale nella sua spensieratezza e nella sua voglia di farsi ammirare. Una città vacanziera ma allo stesso tempo votata agli affari, con una cultura orgogliosa, gelosa fino all’eccesso delle sue tradizioni e della sua lingua, ma pronta ad accogliere chiunque, a regalare interi quartieri alle comunità straniere (il Raval pakistano e magrebino, la Calle della Cera filippina) e a farsi attraversare, invadere da un numero di turisti che cresce del 20% ogni anno. Poche altre città sono così tolleranti, e così rispettose della propria identità. Quale città avrebbe mai accolto senza scomporsi una comunità di 30.000 italiani, contando solo quelli che si sono registrati qui in Plaza San Miguel, a due passi dal nostro graffito? La ragione è nello spirito di Barcellona, nel suo irrefrenabile istinto verso la decadenza, in quella luce che fa venire voglia di vivere in strada, nelle linee curve e nei colori psichedelici dei palazzi modernisti che sembrano usciti da una favola dei Fratelli Grimm, nel ritmo rilassato che si respira nei vicoli stretti del centro storico, in quel senso di sospensione, incompiutezza ed eterna giovinezza simboleggiato dal suo monumento più famoso, la Sagrada Familia.
Sorniona, la città osserva se stessa mentre il mondo la ammira, come una donna troppo bella che sa di essere sempre sotto gli occhi di tutti.
Barcellona è soprattutto uno stato d’animo, una sensazione, quasi sempre di inspiegabile leggerezza e gioia, a volte di soffocamento e vanità, ma di quelle che vale la pena provare almeno una volta nella vita. Per conoscerla, è necessario attraversare i due percorsi tracciati dal graffito, mischiarsi tra Turistes e scoprire i Barceloneses. I due mondi sono vicini, si sfiorano e si incrociano spesso. Non bisogna evitare la Rambla, la Plaza Real e gli altri luogi iperturistici, perché anche lì ci sono le tracce dei tre elementi che identificano Barcellona: gastronomia (tre chef premiati con tre stelle Michelin: Ferran Adrià, Santi Santamaria e una donna, Carme Ruscalleda) architettura e divertimento. Uno dei punti di incontro dei due percorsi si trova poco lontano dal nostro graffito, scendendo oltre Calle Avinyò fino a Plaza del Tripi (che in realtà si chiama Plaza George Orwell), dove gli artisti decaduti, i vagabondi e gli ubriachi aggrappati ai banconi dei tanti bar affacciati sulla strada si mischiano ai ragazzi che da tutta Europa vengono fin qui a seguire le tracce del figlio più famoso del Barrio Gotico, Manu Chao, a cercare il suono della patchanka tra le pareti rosse del Bar Bahia (nel cui bagno Tonino Carotone ha scritto Me Cago En El Amor), nel mondo rovesciato del Sincopa e del Mariachi, il bar preferito di Manu Chao nascosto nel vicolo più oscuro del quartiere, Calle Codols. Turistes e Barceloneses si incontrano di notte cercando i bar illegali, indirizzi misteriosi per ultimi drink a orari impossibili, in cui si entra suonando un campanello muto davanti ad una serranda chiusa. Il Kentucky di Calle Arc del Teatre dove un signore con i capelli bianchi ti aspetta per farti entrare in un pezzo di storia dell’underground della città, l’Armario di Calle Riereta che sembra uscito da un sogno ubriaco, in cui per entrare bisogna infilarsi in un vecchio armadio in una stanza vuota e uscire dall’altra parte, oltre lo specchio. Si incontrano anche ai tavoli del Romesco, una taverna di galiziani dall’aria truce ma gentilissimi, dove si mangia una deliziosa entrecot con guarnicion a prezzi stracciati, o davanti ad una enorme cotoletta impanata (la famosa milanesa, che in Argentina dicono aver inventato loro) al Boliche de Riereta, un ristorante gestito da una famiglia di intellettuali di Rosario, Argentina, in cui si stempera la nostalgia di casa facendosi accudire dalla titolare, che tratta i clienti come se fosse la mamma di tutti. Cercano, insieme, le tracce di Pepe Carvalho, l’investigatore gastronomo protagonista dei romanzi di Manuel Vazquez Montalban tra i tavoli di Casa Leopoldo, il ristorante preferito dal grande scrittore. “Vasi di gerani in balconi cadenti, qualche garofano, gabbie di cocorite magre e nervose, bombole di gas. Insegne di levatrici e pedicure. Maite parrucchiera per signora. Gustoso puzzo di olio fritto e rifritto: calamari alla romana, pesciolini in padella, patate al peperoncino…” La Barcellona passionale, decadente e nobile di Pepe Carvalho non esiste più. Manquel Vazquez Montalban lamentava la perdita della sua identità, ma intravedeva il suo futuro: “Carvalho conosce queste strade e questa gente. Non cambierebbe questo paesaggio che gli serve per sentirsi vivo, anche se di notte preferisce fuggire dalla città in ginocchio, in cerca di dintorni di colline dove sia possibile osservarla come se fosse un’estranea. E’ impagabile quello che appare ad ogni strada che sfocia sulle Ramblas: l’improvviso delta di un fiume dove fluisce la biologia e la storia di una città, del mondo intero. Barcellona è davvero l’Europa.” Senza Turistes, oggi, non esisterebbero Barceloneses.

Una delle immagini simbolo di Milano è una fotomodella spaesata che aspetta il tram, rigirando una cartina tra le mani. Allo stesso modo, è impensabile oggi Barcellona senza la coda, ordinatissima, di turisti che riempie il marciapiede del lussuoso Paseo de Gracia davanti alla Casa Battlò o alla Casa Milà detta “La Pedrera” disegnate da Anton Gaudì (il quale, ironia della sorte, è morto investito proprio da un tram nel giugno del 1926). I turisti hanno fatto girare la città verso il mare. Al Maians di Calle San Carles, la mia preferita tra le trattorie tipiche del quartiere dei pescatori della Barceloneta, una penisola che fino a pochi decenni fa era tagliata fuori dalla città dai binari della ferrovia e che ancora oggi conserva lo spirito indipendente di una comunità di gente di mare in una città che ama di più la montagna,le pareti sono ricoperte di vecchie foto d’epoca della città.
Barcellona voltava le spalle al mare. Il litorale era una sfilata di fabbriche e magazzini, una Manchester affacciata sul Mediterraneo, dalla cisterna del Besos fino allo stabilimento del liquore Anis del Mono, a Badalona, dove oggi appoggiata al muro della fabbrica, chiusa e restaurata, c’è una spiaggia bellissima e segreta.
Il Maians è un posto da Barceloneses. I turisti vanno al Rey del Gamba, evoluzione degli antichi chioschi sulla spiaggia che preparavano paella e arroz caldoso, bacalao alla llauna e chipirones per le famiglie che la domenica scendevano dai quartieri alti. I barceloneses vanno al Salamanca, il merendero preferito dei tassisti e dei poliziotti, o alla Cueva Fumada di Calle Baluard, una taverna di pescatori che apre quando vuole, a orari assurdi, solo quando arriva il pesce fresco. I due mondi si incontrano al Santa Marta, il più spettacolare bar sulla spiaggia che si possa immaginare, o davanti ai piatti genuini de La Casita, rifugio di italiani del sud, accolti dalla Barceloneta come figli suoi. Il Maians prende il nome dall’isola che nel 1753 è stata unita alla città per ospitare le famiglie sfollate dal quartiere del Borne per fare spazio al forte della Ciutadela. Barcellona è cresciuta così: spostamenti, geografie che cambiano. Dove ora c’è la Villa Olimpica c’era il Somorrostro, il quartiere di baracche dei gitani dove è nata Carmen Amaya, la regina del flamenco. I gitani si sono spostati prima a Santa Coloma e poi nel barrio della Mina, in cui visse il grande Camaron de La Isla. Lo spirito di Carmen Amaya vive oggi nelle foto appese alle pareti de La Concha del Raval in Calle Robadors, o nel Bar Marseille frequentato da Picasso e Hemingway, uno dei luoghi che resistono all’avanzare del tempo, anche grazie all’assenzio diluito con lo zucchero da un enorme barista inglese. Anche nel Raval la gente si è spostata. Strade buie e degradate sono state buttate giù per fare spazio al museo d’arte contemporanea MACBA davanti al quale si radunano gli skater, e alla Rambla del Raval, un angolo di medioriente dove tra palme ed odori di kebab sembra di essere a Beirut. Da vedere al tramonto quando la luce che scende rende ancora più surreale la scultura del gatto di Botero, sonnolento osservatore delle mille facce diverse che riempiono il Raval di culture e traffici, un monumento al bizzarro davanti al quale non si può fare a meno di sorridere. Barcellona si muove, si rigira su se stessa nel suo letto steso tra i palazzi nobili del Tobidabo e il mare. I quartieri si muovono. Il Poble Sec è un angolo di Sudamerica arrampicato sul Montjuic, una ragnatela di vicoli che salgono dal Parallel, la Broadway di Barcellona, la via dei teatri e dei cabaret. E’ stato costruito per ospitare i muratori che hanno costruito un altro quartiere, l’Eixample, il cuore residenziale della città, ordinato e geometrico, con le facciate dei palazzi in stile modernista, i ristoranti in cui mangiare la tortilla di bacalao (su tutti, la Bodega Sepulveda) e il fascinoso Dry Martini, antico cocktail bar in cui un contatore elettronico segna il numero di drink serviti dall’inizio dell’anno. Gente che costruisce case per altri, e che intanto crea un quartiere tutto per sé. Nella Calle Blai che attraversa il Poble Sec sembra di essere a L’Havana. I bambini giocano a baseball in strada tra aromi di carne arrosto e frijoles, le ragazze, bellissime, scendono sul Parallel per andare a ballare al Palacio de la Salsa, monumentale tempio alla sensualità del ritmo latino.

Ma in questo angolo di Sudamerica, alla domenica arrivano i barceloneses per un tradizionale vermut alla Bodega Saltò, sul cui piccolo palco chiunque può improvvisare spettacoli di teatro e cabaret. Seguono le tracce della tradizione fino al bar Quimet e Quimet dove si servono solo delizie di pesce in scatola, cercano la cucina veneziana nel ristorante Xe Mei. Tutto cambia a Barcellona. Dove una volta c’erano le fabbriche del Poble Nou, ora c’è una New York mediterranea fatta di open space, studi fotografici, gallerie d’arte, il club Razzmatazz, il negozio di modernariato Ultima Parada. Solo il barrio di Gracia rimane dove è, anarchico e fiero, guardando la città dall’alto, incoronato dalle forme oniriche del Parc Guell. E si riempie di turistes e barceloneses solo quando celebra la sua festa a fine agosto, che dura una settimana intera. Questa non è una guida, è un percorso immaginario che segue la traccia di un graffito, segno moderno tracciato su un marciapiede antico, nel cuore del Barrio Gotico, vicino a casa mia. Barceloneses e Turistes, mondi che si incontrano ogni giorno, in ogni vicolo. Barcellona. Perdersi nella sua luce è il modo migliore per conoscerla. Innamorarsi è il modo migliore per non lasciarla mai.
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